ALFREDO MANTOVANO
SOTTOSEGRETARIO DI STATO
MINISTERO DELL'INTERNO

 


Interventi sulla stampa

 

Articolo pubblicato su CORRIERE DELLA SERA
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Lunedì 23 giugno 2003

Roberto Zuccolini

L’INTERVISTA / L’ex responsabile dc dell’Interno che nel ’91 fece tornare indietro 28.000 stranieri: fu giusto rimandarli a casa, però poi fornimmo aiuti all'Albania

Scotti: il Senatur mi loda ma io sto con Pisanu, ministro che ragiona


ROMA - Ora Vincenzo Scotti è presidente del Link-Campus of University di Malta. E non milita più in un partito: «Morta la Dc non me la sento di stare in uno dei suoi tanti spezzatini. E poi durante la Prima Repubblica c’era un progetto politico. Ora mi chiedo: che cosa hanno in comune Fini e Bossi? Basta pensare all’immigrazione». Ma è proprio Bossi a chiamare in causa l’ex ministro dell’Interno di Giulio Andreotti. E proprio sull’immigrazione. Perché capitò a lui di gestire il primo approdo «di massa» sulle coste italiane, quello degli albanesi che arrivarono a migliaia nel porto di Bari l’8 agosto 1991. Dice di Scotti il leader della Lega: «Pisanu dovrebbe imparare dal suo esempio: anche lui era democristiano, ma prese diecimila immigrati e li riportò subito di là».

Come accoglie oggi questi complimenti?
«Prima di tutto tengo a precisare che furono ben 28 mila: tutti rimpatriati e su questo Bossi ha ragione. Ma per il resto non sono d’accordo con lui. Appoggio piuttosto la linea di Pisanu perché mi sembra molto più ragionevole».

Ma come fu possibile un rimpatrio di massa in poche ore?
«La situazione era difficile perché in Albania stava finendo il vecchio regime e si era accumulato un forte carico di aspettative nei confronti dell’Italia. La prima cosa che feci fu tentare di investire del problema l’Europa, ma funzionò solo formalmente. Allora a decidere fu il governo italiano e vi assicuro che non fu facile: si ricorda quando una parte dei profughi venne ammassata nello stadio di Bari? Ci furono polemiche a non finire, ma non potevamo fare altrimenti. Poi a scegliere fu il Consiglio di Gabinetto».

E quale fu la sua linea?
«Proposi alcuni punti fermi per il governo dell’immigrazione. Prima di tutto che non potevamo accettare il fatto compiuto, cioè che a governare gli ingressi in Italia fossero gli scafisti. Dovevamo dare un segnale forte contro i trafficanti di uomini. Ed è ciò che abbiamo fatto: in pochissimi giorni rimpatriammo tutti con aerei e navi speciali».

Con qualche incentivo...
«A ogni capofamiglia vennero dati 100 mila lire e un pacco di vestiti».

Ha ragione quindi Bossi a dire che è un «duro»?
«Può darsi che lo sia stato in quei giorni, ma il leader della Lega non può dimenticare ciò che successe subito dopo. Io stesso spiegai al governo che non sarebbe bastata la forza: avremmo dovuto aiutare l’Albania e stabilire per gli anni successivi congrue quote di ingressi regolari. E infatti subito dopo si avviò l’operazione Pellicano per aiutare la popolazione albanese che viveva in condizioni più che precarie alla fine di una lunga dittatura. È il ruolo chiave che deve giocare la cooperazione».

Che oggi però, per mancanza di fondi, ha drasticamente ridotto il suo campo di azione.
«Si tratta di un gravissimo errore. Se si sceglie per la fermezza occorre aiutare contemporaneamente i Paesi di provenienza. Non solo: dato che l’immigrazione è un fenomeno strutturale bisogna anche avviare un’intelligente programmazione dei flussi».

Erano previsti anche dalla legge Martelli allora in vigore.
«Sì, ma non vennero mai stabiliti. Fa bene il sottosegretario Mantovano a insistere oggi su questo argomento. E anche a dire che deve trattarsi di quote realistiche: se si fa entrare un numero troppo basso di immigrati, si rialimenta inevitabilmente il circuito della clandestinità».

Farebbe, a distanza di 12 anni, le stesse scelte?
«Può darsi, ma chiederei molte più garanzie. Allora rischiammo troppo, poteva succedere di tutto. Fummo davvero fortunati perché non ci fu neanche un ferito. E io mi beccai un mare di critiche».

Anche da parte della Chiesa e del volontariato.
«Chiedevano di farne restare almeno una parte, ma come potevamo operare una selezione? A ogni modo avevano anche le loro ragioni. Sarebbe stato assurdo infatti limitarsi al rimpatrio: occorreva aiutare gli immigrati. È ciò che non vuole capire Umberto Bossi».

Si tratta del leader politico che insieme a Fini dà il nome alla nuova legge. Come giudica i cambiamenti operati negli ultimi anni per tentare di governare l’immigrazione?
«Purtroppo è stata una non politica e un non governo del fenomeno. Ecco da cosa nascono certe semplificazioni negative del tipo "prendiamoli a cannonate"».


    

 

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