ALFREDO MANTOVANO
SOTTOSEGRETARIO DI STATO
MINISTERO DELL'INTERNO

 


Interventi sulla stampa

 

Articolo pubblicato su Secolo d'Italia
(Sezione:   Prima Pagina   e   Pag.  14   )
Giovedì 25 settembre 2003

ALFREDO MANTOVANO

La riforma proposta da An

L’obiettivo non è arrestare i drogati, ma salvare i giovani


Se ci si dovesse fare un'idea del disegno di legge che il governo sta per varare sulla droga in base ai titoli di larga parte dei giornali, e soprattutto ad alcuni commenti pubblicati, la conclusione sarebbe obbligata: quella annunciata dal presidente Fini sarà una legge che manderà in carcere più drogati di quanti non ci sono già; è la quintessenza del proibizionismo! Comprendo la difficoltà a presentare e a valutare un testo che deve essere ancora diffuso; ma, già dalla illustrazione delle sue linee guida, ci si può rendere conto che le cose stanno diversamente. E' una proposta che ruota attorno a tre termini: prevenzione, recupero e repressione; questi termini non sono slegati, ma sono connessi l'uno con l'altro. Nessuno dei tre termini rappresenta l'obiettivo finale da raggiungere; l'obiettivo è uno solo: salvare il maggior numero di giovani e di meno giovani dalla droga. E', cambiando tutto quello che c'è da cambiare, come per la patente a punti, il cui fine non è togliere il documento per circolare al maggior numero di persone, ma è salvare delle vite umane, come sta concretamente accadendo.

Va però chiarito un aspetto centrale: qualunque legge sulla droga, anche la migliore possibile, non è la bacchetta magica per affrontare e risolvere il problema. E' il tassello di un mosaico, che è molto più ampio e articolato rispetto alla legge. La legge è un contributo in termini di condizionamento positivo verso comportamenti che dipendono da tanti altri fattori. Proprio per questo la vicenda non può risolversi in una disputa fra i cosiddetti proibizionisti e gli antiproibizionisti.

La posizione della Destra italiana in materia di droga non è e non può essere ridotta al proibizionismo. Né, come ipotizza Paolo Franchi sul Corriere della Sera, è legata all'Italia di ieri: per averne la smentita è sufficiente constatare la dimensione qualitativa e quantitativa della diffusione degli stupefacenti nell'Italia di oggi. Per comprendere la nostra posizione si deve partire da lontano, e cioè dai concreti e diretti interessati: quei tanti giovani che trascorrono le giornate immersi in un'atmosfera pregna di dati e di messaggi, ma prive di finalità e di criteri in base ai quali giudicare i dati medesimi. L'esaltazione delle emozioni, l'insofferenza nei confronti dell'attività intellettuale, la riduzione del linguaggio articolato a semplici slogan, allontanano da una vita autenticamente umana. Tutto ciò genera insicurezza, frammentazione interiore e contraddizioni: ci si allontana dalla elaborazione di progetti concreti, e si tende a rifugiarsi nel virtuale. L'autorità dei genitori, dei maestri, dei professori, ecc. viene vissuta non come un aiuto alla propria crescita, ma come un ostacolo mal tollerato. Questo non significa che i giovani non cerchino modelli da imitare: è un bisogno che risiede nella struttura della persona umana; se per un ragazzo oggi non conta nulla quello che dicono e quello che fanno i genitori o gli insegnanti o i leader politici, conta la maglietta con l'erba indossata da Vasco Rossi, che invece viene percepito come un modello riferimento. Come 30 anni fa contava il richiamo a sister morphine dei Rolling stones.

Il malessere profondo che attraversa l'universo giovanile, l'instabilità, lo sradicamento, il narcisismo, il rifiuto della vita, si manifesta non soltanto nella vicinanza alla droga, ma anche nella violenza negli stadi, nell'ebbrezza della velocità al sabato sera, e in tutto ciò che è sintomo di una vita della quale non viene colto il senso. Si può immaginare che tutto questo possa essere affrontato compiutamente con una legge o un regolamento? Tutti vogliono i risultati, ma pochi intendono sostenere i costi necessari. Tutti esigono risposte pronte alla tragedia della tossicodipendenza, o - per altri versi - alle devastazioni dei campi sportivi, o alle ripetute immagini delle lamiere accartocciate: pochi ammettono che problemi complessi richiedono risposte complesse, che chiamano in cause soggetti diversi.

La Destra italiana da tempo parla della necessità di ripartire dalla famiglia, di rispettare e di ridare spessore ai legami familiari: e adotta provvedimenti conseguenti dove ha la possibilità di farlo, nei limiti delle competenze della politica. Lo fa preoccupata del destino che attende una nazione che non fa figli, che invecchia sempre di più, e che vede la droga diffondersi in quella fascia di popolazione attiva che dovrebbe essere la locomotiva del corpo sociale. La cui risposta negli anni passati è stata quella di una sostanziale indifferenza: ci si è lavati le mani pensando che bastasse il metadone, come oggi la sinistra vorrebbe continuare a lavarsi le mani con la legalizzazione …

Dagli slogan e dalle etichette alla sostanza: la notevole disponibilità all'ascolto che - nonostante tutto - i giovani mantengono va colta per parlare loro in termini di finalità e di valori, in modo chiaro, ripetuto e convinto. Il discorso va fatto dall'interno del mondo culturale dei giovani, prendendo sul serio le loro domande. Non bisogna fornire loro le nostre risposte, ma ascoltare le loro domande. La Destra certamente non si vergogna nel concorrere a trasmettere la straordinaria eredità culturale italiana, perché i giovani ricordino di quale patria sono figli. Se si esce dalle contrapposizione virtuali dei dibattiti della carta stampata, ogni soggetto portatore di autorità nel corpo sociale dovrebbe sentire il dovere di un esame di coscienza: vale per i politici come per gli intellettuali, per gli sceneggiatori di film, per gli artisti, per i professori universitari…

La politica, il governo, il parlamento hanno delle responsabilità, e oggi intendono esercitarle: ma nella consapevolezza che la legge non risolve tutto, e neanche la gran parte del problema; il sacchetto di sabbia è utile per fronteggiare la piena del fiume, ma da solo è insufficiente. Non è l'ipertrofia legislativa che rafforza la società: alle istituzioni si chiede di rimuovere gli ostacoli di varia natura che interdicono la crescita della società. La questione droga si risolverà - in tempi lunghi - solo se la politica, il mondo della cultura in senso lato, i corpi intermedi fra stato e società, le famiglie, collaboreranno con sacrificio per risalire pazientemente la china. Il governo ha posto un tassello. Attendiamo il resto dei pezzi, in assenza dei quali nessuno avrà il diritto di lamentarsi quando constaterà che il mosaico è incompleto.


    

 

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