ALFREDO MANTOVANO
SOTTOSEGRETARIO DI STATO
MINISTERO DELL'INTERNO

 


Interventi sulla stampa

 

Articolo pubblicato su IL FOGLIO
(Sezione:ANNO X NUMERO 56 - PAG VIII IL FOGLIO QUOTIDIANO -)
MARTEDÌ 8 MARZO 2005

Alfredo Mantovano

 

 

 Apologia di chi ancora “non si rende conto”. Mantovano vs Sartorius


 

Al direttore - A differenza di Giovanni Sartori, che sul Corriere della Sera ha intrapreso un viaggio in più tappe “tra teologia e politica”, a margine dei referendum sulla fecondazione artificiale, passando dal delicato snodo del rapporto fede-ragione, denuncio subito (in italiano e non in tedesco) che non sono un teologo, e che per avere dati sulla dottrina cattolica consulto quella esposizione organica e ufficiale della stessa compendiata nel Catechismo della Chiesa Cattolica (Libreria Editrice Vaticana): anche per scongiurare il rischio di errori. Il Catechismo indica le “vie” razionali che portano alla conoscenza di Dio. “Interroga la bellezza della terra, del mare, dell'aria rarefatta e dovunque espansa; interroga la bellezza del cielo... interroga tutte queste realtà. Tutte ti risponderanno: guardaci pure e osserva come siamo belle. La loro bellezza è come un loro inno di lode. Ora, queste creature, così belle ma pur mutevoli, chi le ha fatte se non uno che è bello in modo immutabile?”: così scrive Sant'Agostino (Sermones, 241, 2), che è fra i pochi umani – pur non vivente, e forse proprio per questo – che gode della stima del prof. Sartori. Il Vescovo di Ippona scopre l’esistenza di Dio non per atto di fede, ma attraverso la contemplazione, sostenuta dalla retta ragione. Al n.33 il Catechismo tratta dell’anima: “L'uomo: con la sua apertura alla verità e alla bellezza, con il suo senso del bene morale, con la sua libertà e la voce della coscienza, con la sua aspirazione all'infinito e alla felicità, l'uomo si interroga sull'esistenza di Dio. In queste aperture egli percepisce segni della propria anima spirituale.” Questo periodo andrebbe letto al rallenty e meditato parola per parola, per gustarne la profondità: l’uomo scopre di possedere ciò che comunemente si chiama anima contemplando sé stesso, senza che sia necessario ricorrere alla fede. E’ ovvio che la fede facilita e “sostiene” questo tipo di contemplazione, ma in tesi essa non è necessaria perché l’uomo ne comprenda l’esistenza. Ergo: non vi è contrapposizione fra fede e ragione, e anzi l’una aiuta l’altra, consentendo di penetrare meglio la realtà. E quando Sartori auspica che fede e ragione “si rispettino”, di fatto afferma la tesi secondo cui la fede non deve avere ricadute concrete, deve essere confinata nell’ambito della coscienza individuale, cioè va neutralizzata. Oso chiedergli se l’ho interpretato male.

Tappa successiva: la nuda ragione. Il prof. Sartori parla della differenza fra “vita” e “vita umana”; e afferma che nell’uomo la scintilla della vita inizia nell’attimo della fecondazione, della congiunzione dello spermatozoo maschile con un gamete femminile; e tuttavia non è vita umana: sarebbe proprio la ragione a negarlo. «La vita umana è diversa dalla vita animale perché l’uomo è un essere capace di riflettere su sé stesso, e quindi caratterizzato da autoconsapevolezza. (…) la vita umana comincia a diventare diversa, radicalmente diversa da quella di ogni altro animale superiore quando comincia a «rendersi conto». Non certo da quando sta ancora nell’utero della madre. (…) Non posso uccidere un futuro, qualcosa che ancora non esiste. Se uccido un girino non uccido una rana. (…) l’asserzione (…)che i diritti dell’embrione sono equivalenti a quelli delle persone già nate è, per la logica, una assurdità».

Se è vero che un embrione ancora non si “rende conto”, è però altrettanto certo che sopprimendo l’embrione non ci sarà più nessuna persona che potrà “rendersi conto”. Viceversa, se quello stesso embrione lo accogliamo, lo nutriamo e lo lasciamo vivere, con un po’ di pazienza, progressivamente, inizierà a “rendersi conto”. Per nostra comodità chiamiamo con nomi diversi la stessa realtà: embrione, feto, neonato, bambino… Ma l’uso di nomi diversi non modifica quello che tali nomi indicano, perché è la medesima realtà che diviene e si sviluppa, pur rimanendo nella sua natura identica a sé stessa. Proprio Tertulliano, che il prof. Sartori evoca nei suoi interventi, ha potuto scrivere «È un omicidio anticipato impedire di nascere» perché «è già un uomo colui che lo sarà» (Apologeticum, IX, 8). Confutare tali sofismi tuttavia non serve a farli venire meno. Chi a suo tempo ha letto Marx senza pregiudizi ha constatato che il sistema ideologico dell’uomo di Treviri non era realista e non avrebbe potuto reggere alla prova dei fatti perché contro natura. E però, sostenuto da passioni profonde e con l’ausilio di guide – per usare un eufemismo - pragmatiche, il comunismo ha dilagato. Oggi l’ideologia di chi vuole disporre della vita o della dignità altrui solo perché immagina di intervenire nelle fasi più vulnerabili dell’esistenza non si basa su pensieri di verità; ma la sua diffusione proseguirà, in quanto mossa non dalla fredda logica bensì da forti passioni e cospicui interessi, per i quali la legittimazione ideologica chiude il cerchio che consente di agire indisturbati.

Ricorda Cicerone che “esiste una vera legge: è la retta ragione; essa è conforme alla natura, la si trova in tutti gli uomini; è immutabile ed eterna; i suoi precetti chiamano al dovere, i suoi divieti trattengono dall'errore. (…) E' un delitto sostituirla con una legge contraria; è proibito non praticarne una sola disposizione; nessuno poi può abrogarla completamente” (De re publica, 3, 22, 33). Tutto ciò ha un preciso significato anche sulla scena della politica, e la storia è la sede dello sviluppo e della maturazione dell’uomo attraverso la sua comprensione di un diritto naturale dato; la natura normativa e la sacralità della vita umana sono altrettanto date; il vivere comunitario degli uomini è fondato sul “contratto sociale” burkeano che lega le generazioni fra di loro in un patto vincolante gli avi, i vivi e i nascituri (cf. Russell Kirk, The conservative mind). Fino a quando resterà chi la pensa in questo modo, gli esseri umani che ancora “non si rendono conto”, che ancora non usano la voce neanche per piangere o urlare, che ancora non sanno distinguere fra potenza e atto, possono comunque contare sulla voce di chi, con umiltà ma con fermezza, ribadirà, e non solo verbalmente, ciò che i sapienti del mondo si ostinano a non voler comprendere.



 

vedi i precedenti interventi