ALFREDO MANTOVANO
SOTTOSEGRETARIO DI STATO
MINISTERO DELL'INTERNO

 


Interventi sulla stampa

 

Articolo pubblicato su GAZZETTA DEL SUD
(Sezione:     Pag. 84     )
Mercoledì 30 ottobre 2002

Gaetano Campione



CORO DI NO A UNA PROPOSTA DI LEGGE

Un errore vendere i beni confiscati a Cosa nostra



 

Coro di «no» per l' ipotesi di vendere i beni confiscati ai boss contenuta in una proposta di legge presentata al Senato. Non piace al presidente della Commissione Antimafia Roberto Centaro e ai suoi predecessori in quel ruolo, nè al sottosegretario alla Giustizia Alfredo Mantovano. E non convince nemmeno chi, nelle zone del Paese ad alta densità mafiosa, si occupa dell'utilizzazione dei beni sottratti ai boss, come il sindaco di Monreale, Salvino Caputo, e il presidente dell' Associazione Libera, don Luigi Ciotti. Il giudizio unanime di «condanna» è stato espresso nel corso di un seminario. svoltosi a Roma, voluto dal Commissario straordinario per la destinazione dei beni confiscati alla mafia. Ed è sostenuto dalla convinzione che con il meccanismo della vendita, attraverso prestanomi, le cosche riuscirebbero a rientrare in possesso di quanto è stato loro sequestrato. Di qui un «no» netto che per Centaro resta fermo anche di fronte all'ipotesi che dopo la confisca non si riesca ad assegnare il bene ad alcuna finalità sociale.

In quel caso, ha sostenuto, meglio sarebbe «radere al suolo la villa di un boss piuttosto che venderla e dunque farla ricadere per questa via nelle mani dei mafiosi». La vendita dei beni dei boss sarebbe «un errore gravissimo» per il sindaco di Monreale: «basta chiedersi chi potrebbe mai comprare a Corleone la casa di Totò Riina». Una vendita che per don Ciotti non sarebbe pensabile «neppure per fare cassa». «Non si può far tornare un bene confiscato nelle mani del male», ha sostenuto Ottaviano Del Turco; «qualche furbo e stupido c'è sempre» ha detto Giuseppe Lumia, condannando chi sostiene questa ipotesi. Mentre Luciano Violante, a chi faceva notare come spesso un' azienda «produttiva» con la mafia non produca lo stesso reddito una volta passata allo Stato, ha avvertito: «la competitività non va misurata sul piano economico , ma della legalita». «Condivido tutte le critiche all'ipotesi di vendita dei beni», ha sottolineato Mantovano, concludendo i lavori, che hanno fatto registrare anche l'unanimità tra i partecipanti sulla necessità che si arrivi a un'unica struttura centrale che si occupi della destinazione dei beni confiscati. Il convegno è servito ad analizzare gli effetti della legge Rognoni-La Torre.

Dall' 82, da quando cioè è stata introdotta la legge, sono stati confiscati alla mafia 8.835 beni, di cui poco più della metà (4.634) immobili. Ma di questi ultimi, solo 1.861 sono stati effettivamente destinati a scopi sociali o istituzionali, come prescrive la legge. E non basta: tra confisca e assegnazione i tempi sono ancora troppo lunghi. La media è di poco più di cinque anni, con punte di sette in Basilicata e un caso record di 20 anni, che riguarda un'azienda di acque minerali. Rendere effettiva la destinazione sociale dei beni sottratti alla mafia e farlo in tempi stretti è l'obiettivo di una proposta di legge messa a punto da una commissione di studio, istituita presso il Commissario straordinario per la gestione dei beni confiscati. Prevede l'istituzione di un ufficio unico, centralizzato, e costituito da personale altamente specializzato, che si dovrebbe occupare unicamente dell' amministrazione, della gestione e della destinazione dei beni confiscati alla mafia.

Si tratta di una strada obbligata «per una lotta ai patrimoni mafiosi che vuol essere vincente», ha detto nel corso dei lavori del seminario il Commissario straordinario Margherita Vallefuoco. La proposta è appoggiata anche dal procuratore nazionale antimafia Pierluigi Vigna, che chiede anche di introdurre il principio di obbligatorietà dell'azione di prevenzione nella lotta ai patrimoni mafiosi e di attribuire il potere di proporre misure patrimoniali ai procuratori distrettuali affidare le misure di prevenzione ai procuratori distrettuali e alla stessa Dna. Secondo i dati resi noti durante il seminario, il valore complessivo dei beni confiscati alla mafia in vent'anni è di 538 milioni di euro. Si tratta in larga misura di appartamenti (1554), terreni (1127), garage (541). Ma ci sono anche alberghi (17) e impianti sportivi (7). I beni sottratti ai boss si trovano soprattutto al sud e nelle isole. Ed è sempre il sud ad avere il record negativo dei tempi lunghi che trascorrono tra confisca e assegnazione dei beni a scopi sociali e istituzionali. Se la maglia nera è della Basilicata, Calabria e Sicilia devono fare i conti con un tempo medio superiore ai sei anni.


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