ALFREDO MANTOVANO
SOTTOSEGRETARIO DI STATO
MINISTERO DELL'INTERNO

 


Interventi sulla stampa

 

Articolo pubblicato su La Stampa Venerdì 22 marzo 2002



IL CAPO DEL GOVERNO NON HA VOLUTO LEGGERE TUTTO IL DOCUMENTO DI RIVENDICAZIONE

 

Berlusconi e l´incubo delle Brigate Rosse «La minaccia mi dà angoscia, non paura»

Selva: nel testo dei brigatisti il premier ha lo stesso ruolo che Aldo Moro aveva vent'anni fa
e
Mantovano spiega: «Nel suo mondo questi rischi non esistono, come fa ad abituarsi?»


 

ROMA - Dei suoi timori e delle sue angosce ha parlato poco dopo l´assassinio di Marco Biagi. Al massimo Silvio Berlusconi ha regalato qualche battuta ai pochi con cui ha parlato in queste ore drammatiche. E i racconti dimostrano che il personaggio è chiamato ad una prova che non si aspettava ma temeva, perché uno come lui, distante anni luce da ogni visione ideologica della vita, non può immaginare che sia davvero possibile uccidere un uomo per politica.

A Giuseppe Gargani il premier ha confidato il suo stato d´animo con un filo di voce che tradiva la stanchezza di questi giorni: «Questi fatti mi mettono angoscia, non paura. Non posso neppure immaginare una politica che si trasforma in violenza omicida. Rimango di stucco. Ecco perché me la prendo tanto con chi semina odio». Con Fabrizio Cicchitto ha invece usato un altro spartito: «Io non ho paura per me. Ho paura per quel che sta succedendo nel paese. Per questa radicalizzazione folle, per il rischio che tutto si sfasci». Con Maurizio Sacconi, invece, ha allargato il discorso ad altro: «Le Br? Mi basta già sapere di essere nel mirino del terrorismo internazionale».

Il terrorismo, le Br, gli attentati. Questi pensieri sono costantemente presenti nella mente di un personaggio che ha sempre avuto l´ossessione della sicurezza, della propria incolumità (da trent´anni ha un esercito di guardie del corpo alle sue dipendenze). Ma quando si è nella stanza dei bottoni, queste ansie diventano più serie e accompagnano la lettura delle informative dei servizi di minacce firmate con la stella a cinque punte, oppure i colloqui privati avuti con i vertici dei carabinieri o del ministero dell´Interno. Tant´è che ieri il premier ha dato solo un´occhiata distratta al comunicato di rivendicazione delle Br. Volutamente. Per non angustiarsi.

Quelli che però lo hanno letto nel Palazzo, oltre a mettere in risalto il livello culturale di chi lo ha redatto («come minimo un professore associato di diritto del lavoro» è l´opinione di Maurizio Sacconi), sono rimasti colpiti dal ruolo primario che viene assegnato a Berlusconi. «Se debbo fare dei paragoni - ricorda Gustavo Selva, ex Dc passato alla corte di Gianfranco Fini - nel comunicato di oggi delle Br il ruolo di Berlusconi è quello che aveva Moro nelle risoluzioni di vent´anni fa. Dico Moro, neppure Andreotti». «Sì, gli assegnano un ruolo fondamentale, alla Moro», ammette Cicchitto che ha analizzato parola per parola le farneticazioni brigatiste. «Silvio - sostiene Carlo Taormina - deve stare attento: quelli pensano che caduto lui, cade il sistema e si fanno strumento per eliminarlo. Meno male che la loro capacità militare è assolutamente inadeguata». Mentre Sacconi: «E´ inevitabile che gli assegnano un ruolo primario. Per loro il nemico da battere deve avere sempre un lucido disegno anche se è un pasticcione. Altrimenti non c´è motivo di rivolgergli contro la vendetta del proletariato....».

E già, le Br dedicano grande attenzione a Berlusconi, al ruolo del suo governo, agli interessi che rappresenta. Lo considerano il bersaglio. Del resto le «Brigate rosse» hanno sempre avuto una particolare passione per il Cavaliere, per quest´uomo capace di catalizzare tutto l´odio del popolo di sinistra. I sei mesi di governo del `94, ad esempio, furono accompagnati da una serie di attentati a negozi della Standa e in quell´occasione l´allora ministro della Giustizia, Alfredo Biondi, tirò in ballo le Br: «Questi attentati - disse - sono i primi segnali della tecnica Br. Stanno trasformandolo a poco a poco nel simbolo del Male». Poi nell´ultima lunghissima campagna elettorale, che ha portato di nuovo al potere il Cavaliere, le Br sono di nuovo tornate a galla: prima con proiettili dentro buste indirizzate ad Arcore; poi con scritte sui muri; infine la loro sigla apparve nelle informative dei servizi e della polizia che misero in apprensione Berlusconi. Tanto che il Cavaliere, la scorsa primavera, decise all´ultimo momento di annullare il congresso di Forza Italia e si lasciò andare ad uno sfogo pubblico. «Vede - confidò in quelle settimane -, leggere su un volantino o su una informativa una frase del tipo "faremo fuori Berlusconi", non è certo cosa che fa piacere. Sono cose che non lasciano tranquilli. Se poi penso alla campagna d´odio che la sinistra mi ha scatenato contro penso che alla fine qualcuno possa dire: "ma non l´hanno ancora fatto fuori? Allora ci penso io..."».

Arrivato a Palazzo Chigi il premier ha visto giorno dopo giorno rinascere la minaccia: prima il G8, poi il ritorno della piazza. E le Br? L´estate scorsa il ministro Frattini, che è anche responsabile dei servizi segreti, si domandava: «Mi chiedo: in questo periodo l´unica voce che non ho sentito è quella delle Brigate Rosse. Come mai questo silenzio? Stanno preparando un´azione eclatante? Una risposta non ce l´ho. Su queste materie delicate sarebbe pericolosissimo avanzare ipotesi». Invece, a otto mesi dalla nascita i brigatisti hanno portato il loro saluto al governo del Cavaliere.

Quello che il premier temeva è avvenuto, e ora rischia di cambiare la sua vita non solo sul piano della sicurezza.
«Silvio non riesce a capacitarsi di ciò che è accaduto - racconta Gargani - perché i brigatisti hanno una visione del mondo che è l´opposto della sua. Per questo è a disagio. Non li capisce». «Berlusconi - sostiene il sottosegretario all´Interno Mantovano - viene da un mondo in cui questi rischi non esistono: come fa ad abituarsi all´idea che qualcuno lo odi a tal punto da attentare alla sua vita?». Appunto. Come fa ad abituarsi? La domanda rimane sospesa nel Palazzo, mentre il premier comincia a comprendere che il governo non è fatto solo di onori e bagni di folla, ma anche di rischi, di minacce. «La situazione è seria - è la frase con cui congeda ministri e collaboratori -. D´ora in avanti dovremo essere più che mai attenti perché non si scherza quando chi fa il proprio dovere viene assassinato per strada».

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