ALFREDO MANTOVANO
SOTTOSEGRETARIO DI STATO
MINISTERO DELL'INTERNO

 


Interventi sulla stampa

 

Articolo pubblicato su Secolo d'Italia
(Sezione: Pima Pagina   e         Pag.   14 )
Giovedì 9 marzo 2006

Alfredo Mantovano

 

IL CORRIERE SCEGLIE L’UNIONE

 

 

 La notizia non c’è, la delusione sì



 

La notizia non c’è: tutti sanno che il Corriere della Sera è da tempo orientato a sinistra, sia pure in modo articolato e composito. C’è però delusione. Uno dei piaceri nella dialettica politica – e la linea editoriale di un grande quotidiano rientra in tale ambito – è quello di confrontarsi con tesi raffinate e con avversari ostici: oggi questo piacere ci è stato negato. Al posto di un ragionamento stringente, il “fondo” di Paolo Mieli consegna una argomentazione appannata e debole. Qual è infatti la ragione del severo giudizio sul governo Berlusconi? Per non tradire il pensiero del direttore, lo cito testualmente: «Il governo ha dato l’impressione di essersi dedicato più alla soluzione delle proprie controversie interne e di aver badato più alle sorti personali del presidente del Consiglio che non a quelle del Paese». Tutto qui? Questo è il nucleo di una critica che ci si attendeva serrata, a fondamento di tanta pubblica esposizione? Viene quasi voglia di fornire al dottor Mieli qualche spunto polemico aggiuntivo, tanto per rendere più effervescente il dibattito, e non addormentarsi dopo il primo capoverso.

Teniamoci svegli: occupiamoci della sezione centrale dell’editoriale. L’Unione – Mieli ne è convinto – può governare, addirittura “al meglio”, per i prossimi cinque anni. Perché? Perché – questa è la spiegazione – Prodi ha affrontato con intelligenza le numerose contraddizioni interne al suo schieramento. Poiché non comprendo, ci spieghi il Direttore come il Professore abbia in concreto raggiunto questo risultato: stendendo il suo sovrano silenzio sulla trama di attacchi reciproci dei quali i segretari dei partiti del centrosinistra riempiono quotidianamente le agenzie di stampa? Stilando 280 pagine di un programma che elude con cura i punti critici? Diluendo in una prosa anodina ogni definizione troppo netta, tale cioè da esasperare le già malcelate contraddizioni? Il merito – prosegue il Direttore - non sarebbe solo di Prodi. Sarebbe anche di Rutelli. Sarebbe pure di Fassino (su questo concordo: senza la forte egemonia dei Ds difficilmente esisterebbe uno straccio di baricentro politico all’interno dell’Unione). Sarebbe soprattutto dei radicalsocialisti della Rosa nel Pugno, «la novità più rilevante di questa campagna elettorale». E qui sono sul punto di arrendermi.

Se Prodi è stato così efficace nel comporre le fratture della sua coalizione, e se lo ha fatto anche in grazia dei preziosi leader che lo attorniano, come mai solo due giorni fa il presidente dei deputati della Margherita Pierluigi Castagnetti, rivolgendosi alla Rosa nel Pugno, affermava che «c’è un limite anche alla sopportazione delle insolenze quotidiane contro i cattolici e la Margherita»? Senza contare la garbata replica di Roberto Villetti, della segreteria della Rnp, il quale ha ricambiato affermando che la Margherita «è divenuto un partito a carattere confessionale», impegnato a trasformare l’Italia in «una sorta di protettorato del Vaticano». Ma – sempre secondo Mieli – perfino Fausto Bertinotti, con il lauro della più rara prudenza politica, aiuta Romano Prodi nell’opera di armonizzazione degli opposti. Chissà allora perché solo ieri l’altro un componente della Direzione nazionale e il capogruppo al Senato di Rifondazione comunista hanno attaccato a testa bassa Prodi e Fassino, rei – a loro dire – di assecondare le istanze liberiste del presidente di Confindustria, per poi bollare come “inaccettabile” il contenuto della lettera che il loro candidato premier aveva inviato proprio al Corriere della Sera. Sfugge al mio modesto intelletto l’efficacia della moral suasion del prof. Prodi, da lui posta in essere per «affrontare le numerose contraddizioni».

Ma è in un ulteriore passaggio dello scritto di Mieli che il mio offuscamento intellettivo diventa irreversibile: è dove leggo che fra le medaglie da appuntare sul petto dei radicalsocialisti ci sarebbe quella guadagnata per il loro «laicismo temperato ». Se questo «laicismo temperato» ha fatto perdere la pazienza al mite Castagnetti, che cosa dovrebbero dire tutti coloro i quali hanno speso energie per far trionfare il non voto ai referendum sulla fecondazione artificiale? Quando il “liberale” Marco Pannella invocava il carcere (da 6 mesi a 3 anni) per ecclesiastici e alte cariche dello Stato rei di sostenere il non voto, faceva esercizio di “laicismo temperato”? Se quello della Rosa nel Pugno è “temperato”, qualcuno ci spieghi qual è il laicismo vero e proprio: quello del governo cinese, che butta in carcere cristiani perché entrano in una chiesa non controllata dalla polizia? Non so rispondere: chiederò lumi a Rutelli. Per me, che – a differenza di Mieli – sono accecato dal pregiudizio, le contraddizioni dell’Unione non solo non sono state risolte dal prof. Prodi, ma aumentano giorno dopo giorno, e manifestano in modo eloquente i problemi politici strutturali dell’Unione. Se questi sono i rapporti interni della coalizione prodiana in campagna elettorale, cioè quando tutti i partiti ostentano armonia e coesione per evitare di regalare appigli polemici alla coalizione avversa, che cosa accadrebbe se Prodi e Fassino dovessero assumere un atto di governo, magari su temi impopolari, a fronte dei veti incrociati dei diversi segretari unionisti? In che modo Prodi ritiene di deliberare sui temi della libertà dalla droga o dei finanziamenti alle scuole non statali? Sulle politiche economiche, come potrebbe comporre l’“agenda Giavazzi” con le pulsioni veterocomuniste delle sinistre estreme?

Dopo la delusione, vi è spazio per l’entusiasmo. Già l’attacco dell’editoriale incoraggia, perché scopriamo che un autorevole fan del centrosinistra dichiara di non credere ai sondaggi che attestano il vantaggio dell’Unione sulla Cdl. Che dire poi della tenera premura riservata nella conclusione ad An e all’Udc? Tradisce il timore che Berlusconi continui a trainare efficacemente la coalizione tutta, con una affermazione di An, dell’Udc, ma anche di Forza Italia e degli altri partiti, con l’effetto di vanificare i poco argomentati auspici del Direttore. Ma conforta soprattutto la critica rivolta al governo: se il Direttore del più autorevole quotidiano italiano non trova di meglio per attaccare la compagine di cui auspica la sconfitta che il pensiero prima richiamato in citazione testuale, allora è segno che il governo ha lavorato bene, e non deve fare altro che comunicare agli italiani – con umiltà ma anche con convinzione – quanto, fra mille difficoltà, ha realizzato, e quanto intende fare per il bene comune della nostra nazione.

Dopo aver letto l’editoriale del Corriere di ieri, ne ho fatto migliaia di copie che distribuirò durante la campagna elettorale. Perché se fino a ieri il centrodestra nutriva la speranza di vincere le elezioni, oggi quella stessa speranza si è tramutata in certezza.


 

 

vedi i precedenti interventi