ALFREDO MANTOVANO
SOTTOSEGRETARIO DI STATO
MINISTERO DELL'INTERNO

 


Interventi sulla stampa

 

Articolo pubblicato su GAZZETTA DEL SUD Martedi 28 maggio 2002


Gli esclusi dal programma di protezione si rivolgono al sottosegretario Mantovano

 

«La verità sui collaboratori di giustizia»


ABBIAMO pubblicato martedì 21 maggio, a pagina 9, un servizio su 4 colonne a firma di Silvia Mastrantonio, sulla decisione adottata dalla Commissione di protezione per i pentiti di escludere dal beneficio i fratelli Giuseppe e Domenico Verbaro di Reggio Calabria, entrambi collaboratori di giustizia. È stato il sottosegretario Alfredo Mantovano a spiegarne i motivi: i due pentiti sono stati estromessi dal programma di protezione per l'atteggiamento di costante ostilità nei confronti del personale destinato alla loro protezione; per le ripetute richieste di esosi benefici in denaro, in alloggi, in alberghi di lusso. Per comportamenti che hanno di fatto compromesso ogni possibilità di protezione.

Riceviamo in proposito una lettera di precisazione dei fratelli Verbaro che si avvalgono del diritto di replica «affinché gli italiani abbiano un quadro chiaro della realtà, possano capire da dove viene il pericolo per la nostra democrazia, individuare chi ha interesse a mantenere uno stato d'insicurezza, chi neutralizza le innovazioni, sulla trasparenza amministrativa, chi teme le giuste riforme sulla pubblica amministrazione, volute da Berlusconi, Fini, Bossi in particolare, da tutto il Governo in generale.

1) Abbiamo ricevuto – scrivono – un'elargizione di lire 458.969.763 in base all'ex art. 14 della legge n. 44/99 pari al 70% di quanto riconosciutoci dal commissario antiracket e antiusura. Di fronte a una perizia di oltre tredici miliardi, la legge prevede il contributo di lire tre miliardi. Al momento in cui abbiamo incassato il contributo sono entrate in azione la prefettura, la questura, i carabinieri, la guardia di finanza con il procuratore Catanese, esiliandoci dalla nostra terra. 2) Abbiamo ricevuto un mutuo della Regione Calabria di lire 350.000.000: avevamo programmato investimenti nel comune d'Altomonte in provincia di Cosenza, dove avevamo trasferito la residenza, ma siamo stati costretti a restituire gran parte dei soldi alla Regione in seguito alle affermazioni del comitato per la sicurezza che sosteneva che la tutela era limitata alla provincia di Reggio Calabria. 3) La dolce vita nel lusso: è dolce, passare il Natale in una stanza di quindici metri quadrati, lontano dai figli e dagli amici? È un privilegio per un imprenditore e la sua compagna passare un anno nella stessa stanza senza potersi curare? La dolcezza, il privilegio e i motivi sono esposti in una denuncia querela presentata alla Procura di Prato nella prima decade di novembre scorso anno. 4) La costante e violenta ostilità nei confronti del personale destinato alla nostra protezione: è il rifiuto di accettare passivamente i soprusi le angherie, gli abusi, denunziati a tutte le Procure d'Italia da noi, e da moltissimi testimoni come riportato in un articolo a firma di Gian Marco Chiocci pubblicato a pagina 5 dal quotidiano il «Giornale» del 21 maggio scorso. Nei mesi scorsi alcuni quotidiani hanno parlato di diverse carenze segnalate anche dal povero Marco Biagi. 5) Le continue ed esose richieste, di denaro non sono altro che, la richiesta del contributo mensile mai ricevuto dal marzo 1997 ad aprile 2001, riconosciuto dal Consiglio di Stato; l'adeguamento del contributo alle normative previste dalla legge 45/01. 6) Le interviste rilasciate agli organi di stampa, la divulgazione del proprio domicilio, non sono per caso garantite dalla Carta Costituzionale, a tutti i cittadini italiani: è elemento prioritario per qualsiasi persona che opera nella produzione o nel commercio. Forse ritiene il sottosegretario che chi collabora con la giustizia, debba essere gestito dalla dottoressa Picariello e dal maresciallo Russo. Noi abbiamo rifiutato già nel 1997 il cambio delle generalità e il trasferimento. 7) Per quanto concerne la fantomatica richiesta di posti di lavoro per il clan familiare, trattasi di un posto di lavoro per la moglie di Domenico, la quale è stata costretta a chiudere una panetteria dopo la testimonianza, e il trasferimento della ex moglie di Giuseppe, insegnante a Matera.

Preghiamo il dottor Mantovano – concludono i due pentiti – di esaminare gli atti giacenti presso il Servizio centrale di protezione, e di concederci udienza per un esame corretto della realtà, in quanto come da lui stesso riconosciuto siamo stati determinanti nello sradicamento della cosca Labate.

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